VALENTE: I 5 Album che mi hanno cambiato la Vita

Valente è l’anima dark di Dischi Soviet Studio. Dopo il BLU DI IERI è tornato nel 2020 con CONTROLLO, un EP che mostra la sua abilità come scrittore e musicista contemporaneo. Abbiamo chiesto a Claudio di elencarci i cinque dischi che gli hanno cambiato la vita. Giudicate voi.

 

 

DAVID BOWIE- “Heroes”

Heroes - Bowie, David: Amazon.de: Musik

Difficile per me scegliere un solo disco del Duca Bianco, data la mia notoria passione per lui, e se la tentazione di menzionare il glam concept Ziggy Stardust è immancabile, preferisco, in tutta onestà citare “Heroes”, il primo album di Bowie che ho acquistato che non ho mai smesso di ascoltare e che ritengo, tutt’ora, molto più “avanti” di tantissima pop rock musica contemporanea; un album di sintesi che mi ha sempre influenzato, dove rock and roll, soul bianco, sperimentazione e new wave ante litteram si fondono, in un caleidoscopio di immagini, emozioni e input artistici come in “Guernica” di Picasso.

In particolare Heroes con al sua facciata  A di canzoni perfette, su tutte la title track esempio perfetto di rock and roll futurista che con l’aiuto di Fripp e Eno è divenuto un inno generazionele e musicalmente paradigmatico, ma anche il graffio elettrico e geniale di “Joe the Lion” , il funk and blues suburbano di “Beauty and the Beast”, li sax lunare di “Sons of the silent age”, il deragliamento sonoro del rock metropolitano di  “Blackout”…mamma mia che disco! Poi arriva la facciata B strumentale di ambient music, sempre con Eno, un genere musicale che amo molto e ascolto tantissimo, ecco perché questo album per me è davvero super! Racchiude tutto il mio mondo musicale.

 

JAPAN –“Gentlemen take polaroids”

Gentlemen Take Polaroids - Japan: Amazon.de: Musik

Qui entriamo in territori intimi, luoghi molto personali dell’anima. Prendevo il vaporetto linea 1 lungo il Canal Grande a Venezia di notte e ascoltavo a loop  “Nightporter” (walkman, cassetta) col suo incedere notturno e romantico, un valzer di pianoforte minimalista alla Satie, avvolto di reverbero ,tra le  luci e gli antichi palazzi restituiti dal riflesso dell’acqua agli occhi incantati. La mia band di allora si chiamava Art Deco, con la quale ho esordito discograficamente con i quali  sedevamo sulle scale del teatro La Fenice, ritrovo della scena new romantic e dark gothic veneziana, con i nostri vestiti eccentrici e i capelli colorati di blu, dondolandoci al ritmo emaciato e plastic soul di “Swing”. Ballavamo le trame oscure di “Methods of dance” con suoi i sequencer e i pad ai confini dell’ambient del tastierista Richard Barbieri, la batteria sofisticata e mai banale di Steve Jansen), il basso indimenticabile e sensuale di Mick Karn, la voce sinuosa e profonda di David Sylvian, le chitarre come timide, ma efficaci lampi di luce elettrica suonate da Rob Dean.

Un mondo notturno e misterioso veniva evocato, “occidentale/orientale”, tra Venezia, Berlino, Londra e Tokyo, in un disco che ha sedimentato in me per anni e tutt’ora non smette di sorprendermi e influenzarmi.  Anche i “sotterranei di velluto” del precedente “Quiet life” e le avventure ritmiche, etno-pop del successivo “Tin drum” restano nel cuore, ma “Gentlemen”, col suo romanticismo smagante e decadente resta il “mio” album preferito dei Japan e uno dei miei must. Ci perdevamo nel buio. Scattiamo ancora polaroid.

 

JOY DIVISION – CLOSER

Trai  due capolavori dei Joy Division (mi riferisco al primo indimenticabile “Unknown Pleasures”) scelgo questo, il loro secondo album, perché l’ho amato davvero tanto. Il sound qui, perfetto nella sua essenziale e scarna potenza oscura appena illuminata qua è la da pallidi bagliori di tastiere minimal,  è in totale in sintonia con il mio sentire musicale, e le sue scelte di produzione come quel reverbero di ambiente che sembra far arrivare ogni nota musicale da un altro mondo arcano.

Le canzoni sono storia: la danza sciamanica di “Atrocity Ehisibiton” , lo scatto disperato di “Isolation”, la poesia buia di “24hours”, l’incedere sghembo di  “Heart and soul” , la solenne “Eternal”, la catarsi finale di “Decades”. Quei testi esistenzialisti e noir che per me hanno dato voce ad un’epoca. Meraviglia post punk e puro zeitgeist.

 

THE CURE – “Seventeen Seconds”

Seventeen Seconds (Remastered) - Cure, the: Amazon.de: Musik

Uno di quei dischi che ti spingeva ad andare a chiamare un tuo amico per dirgli “senti qui che roba!” .

Lo spleen e la nebbia, le chitarre malinconiche, la batteria minimalista e robotica, il basso avvolgente e potente. Canzoni che sanno di autunno e d’inverno che hanno arredato milioni di camerette adolescenti.  “ A Forest”, “Play for today”, “In your house”, canzoni che hanno accompagnato la mia formazione musicale e tutt’ora mi danno emozioni e idee.

Li ho rivisti dal vivo di rcente e la loro potenza e consapevolezza sul palco mi ha veramente lasciato basito. Questo disco lo cito perché non ho mai smesso di ascoltarlo.

 

LOU REED –“Berlin”

Berlin-Remastered Version - Lou Reed: Amazon.de: Musik

ll capolavoro di Lou Reed per me comunque un compagno inossidabile di ascolti ed emozioni fin dall’adolescenza; , una storia di amore e morte di due freaks nella Berlino dei primi ‘70, dove le macerie ancora visibili di un lunghissimo dopoguerra si mescolano alle macerie del disfacimento interiore dei due protagonisti indotto dall’abuso di droga. L’ex Velvet appena fuoriuscito dal trip glam e dal successo di “Walk on the wild side” prodotto da Ziggy/Bowie abbandona lustrini e luci della ribalta per ritornare con decisione nell’ombra, nelle zone più oscure dell’anima, cosi’ spesso da lui frequentate.  Berlin e’ un “viaggio” In cui ci si perde facilmente e volentieri, nuotando in un mare di buio, di romanticismo decadente e consapevolezza della tragedia imminente, subendo tutto il fascino della fine,  mentre Lou con un fil voce sussurra versi urticanti in canzoni dall’atmosfera languida, essenziale, crepuscolare. Tutta la side b partendo dalla meravigliosa “Caroline says II” e’ un loop dolcissimo e amarissimo, che non lascia passare un fil di luce. “Sad Song”’ chiude con archi di tristezza questo vinile splendidamente noir che non ha mai smesso di girare sul mio piatto.

 

 

 

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