INTERVISTA. FRANCESCO REFFO: “FOTOGRAFATE PER VOI STESSI”

Classe 1986, diploma di liceo classico, una laurea in lingue e un master in marketing, Francesco Reffo fa il fotografo. “Quando si dice: mettere a frutto anni e anni di studio”, ci ha raccontato in questa intervista in cui gli abbiamo chiesto del suo passato, presente e futuro. In tanti la fuori si definiscono fotografi ma pochi hanno la sensibilità stilistica e umana e l’umiltà che Francesco mette in ogni suo scatto. Le immagini e le parole di questa intervista parlano da sole. Seguite Francesco qui: francescoreffo.com

 

Qual’è il primo ricordo che hai legato alla fotografia?

Ho una memoria a lungo termine terribile, per cui il mio primo ricordo legato alla fotografia risale ad una manciata di anni fa. Ero in vacanza con Elisa (allora fidanzata, ora moglie) a Parigi. Saliamo con l’ascensore sulla Tour Eiffel in quel momento del giorno magico quando il sole tramonta e la città si trasforma in “ville lumiere”. Atmosfera pazzesca, romanticismo a mille e testosterone al settimo cielo (letteralmente!). Estasiati ed innamorati ci sediamo su una panchina del piano ristorante ad ammirare lo spettacolo. “CRACK!”. Dalla tasca posteriore dei jeans estraggo la macchina fotografica digitale di Elisa. Nuova di zecca. Displey in frantumi e macchinetta inutilizzabile.
Era il 2008 (credo) e questo è stato il mio primo, vero approccio alla fotografia.

Come hai iniziato a fotografare?

Credo sia sempre merito/colpa di mia moglie. All’inizio era lei l’appassionata di fotografia, quella che documentava tutto con la compattina. Poi, forse anche per “sfida”, ho comprato le prime analogiche e l’ho pian piano spodestata dal suo ruolo di “fotoreporter” della coppia.

Qual’è una foto a cui sei particolarmente legato?

Ce ne sono parecchie. Una delle mie prime foto ritrae un giapponese a Parigi con il camice sporco e in mano un sacchetto pieno di misteriosi vasetti. E’ storta e sembra buttata a caso, ma c’è qualcosa che per me è speciale. Tante delle più recenti parlano dei miei figli e della nostra vita familiare ai tempi del lockdown. Una foto che mi emoziona ancora un sacco per i ricordi che mi trasmette è stata scattata, con una macchinetta a pellicola, ad un ragazzino croato che sventola un bandierone enorme della sua nazionale di calcio il giorno della finale dei mondiali 2018. Assieme ad un amico siamo partiti il giorno stesso, direzione Zagabria. Una volta arrivati nella capitale, ci siamo buttati subito nella bolgia. Rivedere quella foto mi riporta non solo al clima di festa ed euforia, ma anche al sentimento di compassata eppure intensa appartenenza comunitaria che ho respirato in quelle ore in tutta la città.

Quando e come la fotografia è passata da hobby a lavoro?

E’ iniziato tutto in modo molto graduale e casuale. Poi, ad un certo punto, mio padre mi regalò la mia prima reflex e il “gioco” diventò qualcosa di sempre più serio. Ho mosso i primi passi come fotografo in una discoteca rock della zona (il glorioso VINILE). Siccome ero timido e all’epoca i locali ti chiedevano di fotografare soprattutto i clienti, oltre alle band che si esibivano, avevo adottato questa strategia: mi giocavo un paio di consumazioni appena arrivato in loco, a bruciapelo, e poi iniziavo a scattare. Avevo un approccio molto diretto e irriverente, sparavo il flash in faccia a chiunque e, di fronte alle occhiatacce torve dei “duri del rock’n’roll”, me la cavavo con un sorrisetto e una battuta. Funziona anche oggi.

Quali sono i fotografi che hanno da sempre ispirato il tuo lavoro?

Questa è la parte delle interviste che preferisco. Se vuoi fare il figo di solito spari nomi di fotografi di super nicchia che nessuno conosce. Ho sempre amato Alex Webb e Martin Parr, mostri sacri della fotografia internazionale. In Italia mi piacciono un botto i lavori di Gabriele Micalizzi e Alessandro Barteletti. Li trovate su Instagram, tra una gnoccolona e l’altra.

Le tue foto vanno da band a paesaggi e ritratti. Cosa ricerchi quando scatti una foto?

Le mie foto vanno da band a paesaggi e ritratti perché voglio fare i like su Instagram. E comunque non ci riesco quasi mai. Io e i paesaggi non andiamo d’accordo, non è mai scattata la scintilla e mai scatterà.
In realtà amo la street photography e il ritratto. Quando fotografo non sono alla ricerca di qualcosa in particolare, né ho mai compreso tutti quei discorsi sul “tirare fuori l’anima” dei soggetti. Mi lascio guidare dall’istinto e dalle sensazioni del momento. Se e quando posso, preferisco non organizzare troppo nel dettaglio gli shooting in modo da avere massima libertà di movimento.

Consigli per tutti i fotografi alle prime armi che stanno leggendo?

Il consiglio lo do prima di tutto a me stesso. Me lo ripeto da qualche anno ma ancora non mi è entrato in testa come dovrebbe: cercate di fotografare per voi stessi, per un’esigenza intima e personale, per una necessità vostra, e non per “chi c’è fuori”. I social hanno cambiato il nostro modo di vivere e Instagram, in particolare, sta cambiando anche il nostro modo di fotografare. Ho in archivio scatti di cui vado davvero fiero nei quali, in un’unica inquadratura, succedono 5 cose diverse su altrettanti piani. Sono foto che vanno viste in grande, che vanno stampate e valorizzate. Le dimensioni “da francobollo” dei social network esaltano un certo modello di fotografia (contrasti forti, soggetti belli presenti, paesaggi mozzafiato….) e ne mortificano altri.
Bisognerebbe fregarsene e mostrare se stessi senza scendere a compromessi, men che meno con quell’hipster di Zuckerberg.

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