BOB BALERA: LE NOSTRE ORIGINI MUSICALI

La scrittura dei BOB BALERA è diretta e senza fronzoli, come nell’ultimo singolo, “Dimmi Che”, dove viene trattata l’accettazione dell’inevitabile fine di un sentimento volubile per natura (l’amore), con un sound che richiama un certo funky fine ‘70 (in particolare i riferimenti vanno all’ultimo Battisti/Mogol e a Enzo Carella, ma, perché no, anche ad una via italiana dei Tame Impala, soprattutto per quanto riguarda il riff di basso, seppur privi dell’elemento psichedelico), mantenendo lo spirito italiano per melodia e forma canzone. Abbiamo chiesto a Matteo Marenduzzo e Romeo Campagnolo di parlarci del loro background musicale e di quegli artisti e album che per loro hanno fatto la differenza.

 

 

Matteo Marenduzzo

Diversi e variegati sono gli ascolti che negli anni mi hanno fatto innamorare della musica italiana, che conserva, per tradizione, una innata attitudine per la forma canzone e per la melodia raffinata, impareggiabile quando si tratta di mettere in versi la poetica leggera ma disperata degli ultimi, di cantare la malinconia garbata degli affetti che finiscono, delle sconfitte vissute con impareggiabile dignità. Pur trovando eccezionali rappresentanti del sound made in Italy anche in tempi recenti, anzi recentissimi, qui volevo approfondire le mie “origini” musicali, tramite alcune coordinate classiche, ed altre magari che rappresentano latitudini meno battute, temporalmente situate tra la fine degli anni 60 e gli 80. Per iniziare, come prescindere dal fascino di certa musica di matrice black, portata alla ribalta mainstream da alcuni capolavori di Lucio Battisti, vedi “Nessun Dolore”, con un riff killer di basso, che approccia il lato disco del pianeta funky, quasi all’altezza di “Fosse Vero” di Enzo Carella che, con Fabio Pignatelli dei Goblin in stato di allucinata grazia al basso e i testi di Pasquale Panella, compongono un assoluto capolavoro, tanto perfetto quanto sconosciuto ai più. Impossibile tralasciare gli stessi Goblin, con la loro avanguardia Horror Prog, ascoltare per credere “Suspiria”, un incubo per le vostre orecchie, con tanto di presenza di un malefico didgeridoo, oppure “Profondo Rosso”, versione riveduta e corretta di “Tubular Bells” di Mike Oldfield (anch’esso legato ad un film horror, niente di meno che “L’Esorcista”). All’epoca gli Area si muovevano invece su binari Funky Prog, nella celebre “Gioia e Rivoluzione”, giusto per citarne una, di cui abbiamo anche una preziosa cover degli Afterhours. Ricordate poi l’82, l’anno di “Vado Al Massimo” di Vasco Rossi? Date un ascolto al pezzo numero 6, “Amore Aiuto”,  ed ascoltate che groove! Il tutto miscelato, con risultati esplosivi, alla “voce da schiaffi” del nostro, ancora ben distante dall’essere aggrappato ai primi posti delle classifiche come una zecca. Ho amato moltissimo i primi vagiti del rock dello stivale, che, per il sottoscritto, vede come apripista “Stella Stai” di Umberto Tozzi (volendo essere completamente onesti, prima ancora “Pigro” di Ivan Graziani aveva in embrione molte caratteristiche del rock) ignorante il giusto, che tra un (apparente?) nonsense e una dichiarata leggerezza, insinua il dubbio, quasi a livello subliminale, di un cambio di prospettiva sessuale, piuttosto inedito per l’epoca, ad l’eccezione dei pruriti, godibilissimi, di Renato Zero. E’ necessario passare poi per l’elettropop italico, con alcuni rappresentanti indimenticabili, vedi alla voce Matia Bazar, capaci di unire elegantissime trame vocali (Antonella Ruggiero alla prese con grappoli di note che scavallano negli ultrasuoni),  a drum machine teutoniche e marziali, come nella hit “Elettrochoc”, che ha girato compulsivamente nella mia piastra per anni. Negli ultimi tempi, grazie, o a causa delle restrizioni dovute alla pandemia, ho continuato il mio viaggio a ritroso nella musica italiana, riscoprendo il periodo beat, e capolavori assoluti ad altissimo tasso di malinconia, come “Liù” degli Alunni Del Sole, dove un triangolo amoroso, dal finale già scritto, è raccontato con la gentilezza e la dolcezza dell’ingenuità cortese, o l’evergreen dei più conosciuti Cugini Di Campagna, “Anima Mia”, struggente fine dell’Amore, definitivo, straziante. Direi che per ora può bastare, lasciandovi la suggestione di approfondire l’italowave, la nostra new wave, di straordinaria personalità, e di altrettanto straordinaria solitudine e disagio…
Now Playing: “Labbra Blu” – Diaframma

 

Romeo Campagnolo.

Lucio Battisti. Un gigante della musica pop italiana. Sia con i testi di Mogol che nell’esperienza successiva: gli album bianchi con le parole di Pasquale Panella. Battisti riesce a coniugare originalità e orecchiabilità come mai più nessun altro. Fino al 1980 lavora  sui testi di Mogol senza lasciarsene invischiare, con una leggerezza che gli permette di essere sempre in completa tensione creativa. Le canzoni sono diversissime e originali. Stupefacenti. Le parole di Mogol diventano suono, finendo per guadagnare una bellezza più grande di quella che altrimenti avrebbero.

Nella seconda vita artistica, con i testi di Panella, le parole diventano essenziali al processo creativo della canzone. Battisti le rincorre e le incastra dentro a trame di basi elettroniche e bassi potenti, allontanandosi definitivamente dall’ordine stabilito dagli arrangiamenti della canzone. I testi sono più declamati che cantati.

Il secondo è Enzo Carella. È con lui che Pasquale Panella muove i primi passi nella musica pop. Carella suonava cover nei locali di Roma mentre il primo si dedicava al teatro d’avanguardia. A differenza del lavoro che poi farà con Battisti, Panella scrive con Carella i suoi testi su melodie già definite dal musicista. Leggenda vuole che Battisti e Carella si fossero influenzati a vicenda. Enzo infatti è musicalmente onnivoro e sa comporre canzoni con un suono completamente nuovo per l’epoca. Melodie indimenticabili mischiate a ritmi funky e influenze jazz. I brani di Carella sono gioielli ancora troppo sconosciuti.

I Depeche Mode sono tra i maggiori esponenti del pop elettronico internazionale fin dall’inizio degli anni 80. Hanno costruito suono inconfondibile, che è sopravvissuto ai mutamenti di mode e trasformazioni generazionali. Un gruppo dalla carriera costellata da classici intramontabili, ma che ancora sa stupire a ogni nuova uscita. In bilico tra capolavori pop e atmosfere cupe, i Depeche hanno saputo rinnovarsi e rimanere attualissimi dopo quarant’anni di carriera.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *